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Somadaj e la Royal Marathon 2010 - di Somadaj
Pubblicato da Somadaj   
Giovedì 29 Luglio 2010 00:00

 

Somadaj e la Royal Marathon

 

                                                                                                                   25 – 07 – 2010
 
     Le sensazioni sono le medesime che accompagnano una gara a cui teniamo molto, che non possiamo assolutamente permetterci di fallire: sottile ansia, filo di stress che cresce con l’avvicinarsi dell’ora X. Così venerdì dormo poco più di tre ore, e sabato anche meno. Ma sabato va bene perché debbo alzarmi presto.
La gara che mi attende è una di quelle toste, una gara che mette a dura prova fisico e mente, ma che però offre l’opportunità di correre là dove corrono gli angeli. Non conosco i luoghi dove condurrò oggi la mia carcassa, ma certamente mi verranno concesse nuove perle da gustare. La montagna non tradisce mai il cuore di chi la ama.
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     Ceresole Reale mi apre le porte alle 8, ma di già l’arrivo è foriero degli errori che seguiranno: non scorgo la “borgata Lilla” e la vistosa deviazione che conduce al centro sportivo gare di fondo, e raggiungo il paese. Una gentilissima edicolante prima, ed un vigile poi, mi indirizzano sulla giusta via così che alle 8,48 mi carico sulle spalle lo zaino, chiudo Poppolina e mi avvio.
     La partenza “vera” è alle 7 dal lago del Teleccio, ma per un ex ciclopodista riciclatosi “fotografo” la storia è diversa: risalire il più possibile il percorso a ritroso e stabilire una prima postazione cliiick! che possa soddisfare le esigenze del gesto atletico dei concorrenti.     
     Per passeggiate alpine già due volte ho raggiunto Ceresole Reale. Con il cuginetto Geo Sergiulin, nel 2007. La prima per raggiungere il colle Sià, la seconda il rifugio Jervis.
I sentieri che batterò oggi sono sconosciuti e cammino in solitudine, ma la serenità del giusto è con me; il Bigfoot che abita queste zone rapisce solo fanciulle in fiore. E che siano vergini, mi dice un villico. Povero lui…
     Il primo errore nel seguire le rosse bandierine targate Royal Marathon lo faccio di già all’inizio: convinto che si passi di lì, attraverso in linea retta il campeggio. Sono a valle del grande muraglione della diga, per cui si risale al lago attraverso alcune volute dell’ampia pista di fondo.
     Distratto come da sempre sono, quasi per caso individuo il sentiero che sale in quota (cerco villa Poma). Il cartello recita: Col di Nel 3,30 – Rifugio Leonesi 4 – lago Dres 2 – Colle della Piccola 3,30 – La Balma 1 – Colle Crocetta 3. Sono le 9,48 (pause contemplative e foto) quando mi avvio alla ricerca della postazione cliiick! La traccia da seguire, seguendo le rosse bandierine, è quella che conduce al Col di Nel, anche se quelle 3 ore e mezza… 
 
     L’amico SuperPippo Duregon da circa tre ore si trova impegnato sui sentieri e le toste pietraie del parco intento a collaudare telaio e sospensioni, avrà superato il colle dei Becchi e pedalerà alla volta della bocchetta del Gres. Neppure ad un terzo di questo tosto percorso, oggi modificato (e allungato…) nella parte conclusiva. Come dire: vi siete l’anno scorso lamentati del troppo asfalto? Bè, eccovi serviti! Sadici, direi, questi organizzatori, eheheh.
 
     Riflettere ora sulle condizioni della mia personale risalita alla ricerca della postazione cliiick! – ripida, morbidosa, ostica, confortevole, eccetera – non saprei; non ho notato nulla di particolarmente ostico, anzi, sono salito tranquillo e disteso. Però ho ancora per due volte perso la tramontana. Nella prima ho seguito il sentiero che ad una biforcazione si indirizza sulla destra, ma niente di che: dopo un 200 metri si perde in un pratone, per cui torno seraficamente sui miei passi. La seconda volta, invece, non alzo la testa ad un nuovo bivio e, presa senza tentennamenti la via di sinistra, risalgo di un bel po’ prima di chiedermi che fine hanno fatto le bandierine. Dove mi stessi recando – il lago di Dres – lo comprendo solo quando ridiscendo alla ricerca dei segnali; il cartello è messo un pochettino alto, ma se invece di guardare dove metto i piedi avessi alzato lo sguardo…
     I piedi. Da sempre uno dei molteplici punti deboli che possiedo. Fortunatamente per gli amici lo stampo difettoso dopo di me è stato buttato…
     Non ho ai piedi le pedule “modello Inquisizione”, ma le Cascadia 5, scarpette da trail di cui ho letto molto bene, e che sono sorelle di quelle Adrenaline GTS 10 che mi calzano come guanti. Le ho messe tre-quattro volte, e le sento un po’ strette sulla tomaia (meno cedevole per via dell’uso greve che queste devono sostenere), ma, penso, mica sono le pedule. Ieri, poi, ho tagliato per bene le unghie e messo qualche cerotto nelle parti solitamente più dolenti.
     Il sentiero che ora imbocco dopo un po’ si restringe, tracciato com’è fra rododendri e alti fili d’erba che mi irritano le gambe. Se con me vi fossero Carla e Geo Sergiulin di certo mi direbbero: “Quello è un Polyporus, questa una Gentiana Acaulis, quella una Arabis Caerula, laggiù ecco una Garavina Spugnola……”. Ma sono solo soletto, oggi. Ed è così che guardando le fresche frasche scorgo di sotto un rododendro il brunire di un metallo. Sono curioso, lo sapete, e mia premura è fermarmi per osservare con più attenzione. Si tratta di un oggetto che non riesco a definire, di certo è che dalla resistenza che oppone direi essere ben ben incastrato nella terra.
     Posteggio bastoncini e zaino “Otto-virgola-otto” (il peso: ho preso con me pure delle bottiglie d’acqua caso mai gli atleti ne avessero necessità), mi inginocchio a terra e tento di scavare con le mani. Sodo e ricco di sassi serrati a pugno è il terreno, impossibile l’impresa. Con il famosissimo mille usi svizzero che sempre mi accompagna tento in tutti i modi di liberarne una parte onde poterlo afferrare fermamente con le dita, e dopo quasi un’ora riesco a pinzarne lo spigolo con il pollice e l’indice della mano sinistra. E accade qualcosa che sa di miracolo: si scalda improvvisamente, mentre la terra attorno a lui si smuove. In pochi secondi estraggo un triangolo di metallo brunito dalle dimensioni di circa un boldolo, perfettamente integro e con evidenti scritture incise su ambe le facce.
     Una debolezza assoluta e improvvisa, però, mi fa suo nel sollevarlo per postarlo davanti agli occhi, così lo mollo di botto. Cade a terra come un sasso sprofondando in essa per circa la metà, ma fortunatamente non cade di punta. Estraggo allora dallo zaino i guanti da sci, e faccio l’oggetto finalmente mio. Ora direi che le dimensioni hanno raggiunto quelle di un boldolo e mezzo, anche se il peso mi pare sempre lo stesso. Mi chiedo se è il mio stato di agitazione a farmi provare dette bislacche sensazioni.  
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     La prima cosa che recepisco avvicinandolo al volto è l’odore: aglio!!! Aglio?… Allora è profumo, mi dico osservando stupito e perplesso lo stranissimo oggetto che mi trovo nelle mani. Poi ritengo di averne compreso la ragione; accanto al luogo del ritrovo vi è quella che Sergiulin e Carla chiamerebbero pianta di Allium Ursinum, comune aglio orsino. Però!…
     Il triangolo non si presenta perfettamente regolare come al primo colpo d’occhio avrei giurato fosse, direi piuttosto essere composto da quattro lati, uno dei quali però tanto corto da non essermene accorto subito. Un microscopico forellino triangolare, questo si, è situato su questo quarto lato.
     Non presenta assolutamente tracce di ossidazione benché di certo non è da ieri che qui si trova sepolto, è di un opaco brunito ed è lindo come appena uscito da un bagno di Litropol. Ora non vorrei offrire di me l’immagine di un culturista (nel senso di uomo di cultura), ma gli studi giovanili mi suggeriscono essere il manufatto molto antico (presumo anche di 2-300 anni a.C.) e di scrittura runica, cioè celtica. I celtici, so pure questo, scusate la modestia, abitarono queste terre secoli fa e la conferma mi viene dalla guida Geo Sergiulin interpellata la sera stessa del ritorno in città: “Si, Somadaj, della valle di Ceresole i Gallici furono i primi abitanti, poi vennero i romani ed i primi dovettero ritirarsi in Bretania”.
     In un certo senso ora comprendo meglio il profumo del celtico bulbo che emana dall’oggetto che tengo fra le mani, e la ragione della pianta di Alium Ursinum che lo teneva come abbracciato sotto il rododendro… 
     Non comprendo invece pienamente lo scritto, ma una parola vi risalta più volte: drynemeton. Malgrado gli studi siano ormai lontani anni luce, la parola in questione non l’ho scordata: bosco sacro (riferito per lo più al bosco di querce, ma chissà che secoli e secoli fa…). Allora, mi dico mentre una vampata di calore mi assale, qui potrei trovare anche il falcetto d’oro che i Druidi usavano per tagliare le erbe scelte per le pozioni magiche!!! Potrei sconfiggere quella maledetta aritmia che mi ossessiona ormai da 9 anni (o 15 kg. fa…)!… Purtroppo mi necessita una pausa perché il primo concorrente sta ormai giungendo. Poso a terra l’oggetto, estraggo dalla fondina Mersì e scatto le prime foto.
     Roberto Giacchetto lo faccio mio (se pur, indietreggiando per dare spazio sullo stretto sentiero, cado come un sasso sulla schiena), ma quando finisco il “lavoro” e mi volto, l’oggetto è scomparso!
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     Ora che scrivo di questo mi chiedo perché non l’ho da subito messo nello zaino, perché non ho buttato quei litri d’acqua che mi sono invece riportato grevemente a casa, perché non l’ho almeno fotografato… Ho vissuto quasi due ore come immerso in un sogno fantastico, ore volate via alla velocità della luce e che resteranno per sempre con me. Ritornerò certamente lassù, ci tornerò presto, anche se mi rendo amaramente conto che sarà come cercare un ago in un pagliaio, come pretendere di vuotare il lago di Ceresole con un cucchiaio. L’occasione capita una sola volta nella vita, e perderla per colpa di una fotografia…
 
     Il secondo atleta si presenta davanti l’obiettivo di Mersì dopo diversi minuti. E’ Francesco Zucconi, soprannominato nell’occasione "Alè-Stefano-che-vai-forte!" (!). Ecco la prima femminuccia – terza assoluta ed ormai una leggenda per la Royal Marathon – Raffaella Miravalle, ed infine il 4°, Simone Milano, ed il 5°, Enrico Camarda, con distacchi che variano dai 5 ai 15 minuti. Poi, il vuoto.
     Dopo una attesa che mi pare lunghissima, decido di iniziare il ritorno. Fortunatamente il cielo si è velato per cui le fotografie nel bosco non verranno orribilmente leopardate (In verità il cielo si chiude ed apre più volte, ma questa storia appartiene alla consueta logica della lotteria fotografica).
 
     Mi pareva di aver recuperato bene quelle forze che mi avevano lasciato quando a mani nude avevo strappato dalla terra l’oggetto, ma presto mi devo ricredere; comincio a sentire le gambe assumere lentamente la consistenza di un budino. Come solito ho mangiato pochissimo. Un caffè a colazione, sceso da Poppolina un po’ d’acqua, alle 12 un mezzo panino mandato giù a fatica, e l’altra metà alle 14. Scendo lentamente fermandomi spessissimo per controllare l’eventuale sopraggiungere di concorrenti, ma ormai i distacchi si misurano a decine di minuti e le attese mi rendono nervoso. A volte scorgo un luogo che mi si presenta ottimo per il cliiick!, ma dopo “secoli” di inutile attesa lo debbo lasciare. I piedi, intanto…
img_9048--- 3     Il piede sinistro funziona discretamente, ma il destro mi presenta il conto appena inizio la discesa. Non sono interessate le parti su cui infieriscono le pedule “modello Inquisizione”, bensì luoghi nuovi come l’attaccatura dell’unghia del “pollice” del destro. La tomaia lo schiaccia ed il dolore è tanto acuto che temo di perdere l’unghia (fortunatamente non sarà così). La faccenda mi costringe da subito a scendere dai sassi in modo innaturale, caricando la gamba sinistra e appoggiando il piede destro alla viva il parroco. Alle 16,12 decido di addentare il secondo panino onde tentare almeno un recupero di energie. Ma “la fatica” non serve a nulla; occorre del tempo per trasformarlo in benzina 
     Come ciliegina decido di sbagliare ancora una volta strada. Il sentiero percorso in salita seguendo le bandierine indirizza a destra, attraversa il torrente e con un fondo scorrevole conduce verso il traguardo. Ma qui a monte non esiste un vero e proprio sentiero bensì, ai piedi degli alberi, una larga pista fatta di sassi, terra e aghi di pino. Mi trovo del tutto spostato sulla sinistra, così seguo come un automa lo scosceso sentiero che mi allontana sempre più dal percorso gara (non sarò il solo a sbagliare; un concorrente scende dopo poco alle mie spalle, ma sono troppo fumato per scattare la foto).
     L’uscita di esso per raggiungere lo strada asfaltata che costeggia il lago ha “scalini” molto alti, tanto da portarmi a pensare se è il caso di tentare un ritorno sugli errati passi oppure fermarmi qui a dormire… Forse scaricando lo zaino e strisciando sulla pancia… Fortunatamente due passanti mi scorgono in difficoltà e si offrono per darmi una mano a superare l’impasse: uno mi prende lo zaino, l’altro mi sorregge nello scendere.
     “Senta, si sieda lì, è molto pallido. Vado al rifugio Milla, prendo l’auto e l’accompagno sin dove è possibile” (più avanti vi è una barra che stoppa il passaggio ai mezzi non autorizzati). Lo bacerei in fronte per la solidarietà che dimostra, ma per restare in piedi mi basta non piegare le ginocchia, eheheh.
 
     A 500 metri dal traguardo mi sento chiamare. E’ SuperPippo Duregon – che vista l’ora pensavo ritirato – il quale mi accenna brevemente di quanto “tragica” si sia dimostrata la modifica finale del percorso. Quando a mia volta raggiungo il traguardo sono le 19 esatte. Appoggio a terra lo zaino ed i bastoncini, e scatto la foto conclusiva di quella che pure per me è stata una “vera” Royal Marathon. Almeno nella parte conclusiva…
     Un caffè, due parole ancora con SuperPippo e signora, poi via verso casa da dove per due giorni non sarò in gambe-condizioni di uscire!!!
 
                                                                                                   Ernesto Ceraulo "Somadaj"