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il ponente ligure... ed il levante - testo e foto di Luisella Forlano
Pubblicato da Somadaj   
Giovedì 25 Giugno 2009 00:00

 

il ponente ligure... ed il levante

 

                                            …IL PONENTE LIGURE
 
L’idea era quella di recarci a Finale e di lì muoverci nella parte alta della costa ligure sui sentieri da trek fino a Varigotti. Solo che appena usciti di casa l’acqua veniva giù come una cateratta e le pozzanghere erano già di per sé dei piccoli marliguri. Ma il gruppo era deciso a partire, e partimmo!
Devo dire che man mano che ci allontanavamo da Torino il tempo sembrava migliorare sia pur in modo infinitesimo. E, malgrado le premesse, abbiamo poi avuto fortuna: per capirci, si trattava di quella domenica di aprile in cui a Torino si correva la Maratona con contorno di terremotino...
Giunti a Finalpia il cielo era scuro, gravato di nubi, ma il mare blu e perfettamente calmo. Una brezza leggera alitava da ovest e di tanto in tanto scendeva anche una finissima micropioggia sbarazzina, la visibilità restava perfetta, e perfetto il clima: nessun trekkista, ch’io sappia, si è mai lamentato di scarpinare in un piacevole e rilassante freschino.
Con alla destra la vista allettante di quel mare fermo e senz’onda abbiamo incominciato ad inerpicarci fino a Verzi, piccolo centro risalente ad epoca romana, da cui ci si inoltra nella Val Ponci (contraffazione di Val Pontium): il nostro percorso era tracciato sopra una strada che ai tempi di Augusto partiva da Vado, tagliava i difficili promontori di Bergeggi e Noli, e passava nell’entroterra delle Manie. Questa Via Iulia Augusta era un percorso ulteriore, in aggiunta alla Via Aurelia litoranea, percorribile da merci e carriaggi per raggiungere la Provenza e la Spagna; e, si direbbe, per nulla secondario, visto che ancor oggi esibisce le rovine di cinque bellissimi ponti a un’arcata, tra cui quello quasi intatto detto “delle Fate”.
La suggestiva e solitaria valletta che risale il piccolo Rio Ponci raggiunge Cà du Puncin a mt 270. Un po’ prima, in località Rocca, è da segnalare il “Ciappo del Sale”, una formazione rocciosa con interessanti incisioni rupestri del paleolitico-neandertaliano, di cui il finalese è ricco. Il percorso è sempre ombroso, il panorama riserva scorci imprevisti, la salita accettabile: il carattere impervio ed appartato della zona è tale da aver certo favorito la conservazione totale o parziale dei cinque ponti e della strada stessa. Il punto più alto lo si raggiunge a Bric dei Monti, a 420 mt, dopo di che (e meno male, dato che nell’ultima ora l’ascesa era stata duretta!) si discende agevolmente verso Bric dei Crovi a 330 mt. Da qui in poi si torna ad avere il mare davanti e la china fino ad Arma delle Manie è dolcemente allettante.
Anche il percorso più facile e più “marino” che da Finale porta a Varigotti e che si avvale di sentieri alti mediamente sugli 80-120 mt non perdendo mai di vista il litorale, riserva sorprese piacevoli, specie dal punto di vista della ricca flora mediterranea. Quando infine si giunge a Varigotti, si è letteralmente trasognati per la bellezza dei boschetti e dei sentieri, incantati dal panorama, abbacinati dall’argento frusciante degli ulivi, storditi dai profumi di zagare e di ginepri. Ed è stato bello proseguire fin oltre il paese, alla Chiesa di San Lorenzo affacciata in luogo alto direttamente sulla macchia blu scuro del mare, dove la nostra fatica è stata premiata dall’uscita di un magnifico sole!
La caratteristica più specifica di Varigotti - e chiunque sia passato di lì una volta non può non ricordarla - è il suo promontorio, la Punta Crena, dotata di una splendida area naturale con alberi d’ogni tipo e genere. Dopo di aver sostato sul sagrato di San Lorenzo (superate le cinque ore di camminata, lì non ci è mancata la piacevolezza di un sostanzioso spuntino) abbiamo ancora trovato la forza sufficiente per inerpicarci sulla Punta Crena, fino alla Torre, ultimo residuo delle fortificazioni del secoli XII-XIII. Di lì la visione sulla baia dei Saraceni è davvero spettacolare.
Che stanchezza, “dopo”! Ma stanchezza sana e quasi piacevole.
Bisogna percorrerli, anche a caso, questi sentieri del Ponente Ligure, percorrerli e scoprirli! Non si sarà mai delusi.
 
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                                              …ED IL LEVANTE
 
Uscita tutta ringalluzzita dalla prova di Finale, ho pensato: visto che ho scarpinato a ovest, perché non farlo ad est? Detto e fatto: a metà maggio eccomi decisa a “conquistare” anche gli ardui percorsi sopra Sestri Levante fino a raggiungere Moneglia.
Abbiamo incominciato un po’ sul tardi, a causa di un disguido, ma poi il gruppo si è lanciato in bell’impeto ed ordine sul Monte Castello, il promontorio scenografico che si erge alle spalle di Sestri e da cui, salendo, Sestri non è mai troppo lontana: tutta questa zona ha un contenuto botanico prezioso. Non solo si cammina fra ulivi, salici e cipressi, ma anche in mezzo ad altissime conifere, a querce e a lecci a non finire. Il tutto fittamente incastonato sul bordo di un mare che è fra i più belli e più puliti d’Italia. Un camminare, si direbbe, quasi sospesi fra cielo e mare.
Giunti all’estremo del promontorio, la Punta Manara, dove tra l’altro sono stati ritrovati pregiati manufatti litici in diaspro del paleolitico medio (è incredibile come questi Uomini di Neanderthal scegliessero, per vivere, i posti migliori!); giunti a Punta Manara, dicevo, la discesa lenta e graduale verso Riva Trigoso dà fiato ai nostri polmoni, anche perché il panorama continua ad essere, dall’alto, fra i più belli a vedersi.
Il guaio comincia dopo, con la seconda parte dell’itinerario. Scesi a mt 0, torniamo a inerpicarci. E dove? Per un sentierucolo che sembra uscito da un incubo, intendo dire attraverso un enorme e ricco bosco mediterraneo…   ora del tutto bruciato! Avevano un bel dirmi che “qui, prima dell’incendio, c’era uno splendido sughereto”, “qui, prima dell’incendio, c’erano lecci e terebinti!”... “qui, prima dell’incendio, c’era il più bell’esempio di bosco mediterraneo…” purtroppo ciò che si vedeva da ogni lato, salendo (e si saliva, eccome! oltre 200 mt in un batter di ciglio), altro non era che una squallida landa su cui ricrescevano stenti, dopo l’incendio di alcuni anni fa, gli arbusti della macchia mediterranea, non più alti di 40 cm., mentre qua e là svettavano come spettri orribili gli alti tronchi bruciati e fitti al suolo, pali neri che stringevano il cuore solo a guardarli. Non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte ad identici stimoli: io, devo confessarlo, non ho mai potuto sopportare la vista di alberi bruciati senza provare vera e acuta sofferenza.
Eppure, quale che fosse l’effetto su di me o su di noi, l’organizzatore dell’itinerario aveva pensato di portarci a godere i fasti della “fu sugheraia” forse senza accorgersi che la sugheraia non c’era più!
 
Allo sbigottimento del trascorre del tempo, che non portava variazioni nel panorama,
del salire continuo ed arrancante su sentieri pietrosi, dell’assoluta inesistenza di qualsiasi cespuglio abbastanza alto sotto cui potersi riparare, si aggiungeva il tormento di un sole accanito e impietoso. Nel continuo allontanarci dal bordo del mare, da cui era spirato bene o male qualche refolo d’aria, ci addentravamo nel cuore terrestre della “fu sugheraia” e il caldo si faceva soffocante, il calore si sprigionava da terra simile a un forno, il sole dell’una e mezza cuoceva le meningi. Come io sia riuscita ad arrivare alla Torre di Punta Baffe dove tutto il gruppo si disputava pochi centimetri di ombra, è un vero mistero. Del resto si poteva solo andare avanti, giacché il nostro pullman ci aspettava a Moneglia.
Dopo di avere a fatica ingurgitato mezza banana, mi sono accorta con orrore di avere finito tutta l’acqua! Nessuno era in grado di darmene perché, come nel deserto, ciascuno cercava di tenersi stretto il proprio otre per non morire di disidratazione. Infatti la strada era ancora lunghissima e tutta in salita, fino alle pendici del monte Comunaglia (mt 360); e quando poi si cominciò a scendere, la discesa era così inclinata e la stanchezza così tanta, che a volte andavo a sbattere contro uno di quei pali neri, un tempo alberi, che frenavano il mio rotolare a valle. Non c’era ombra, non c’era aria, non c’era riparo! Pensavo a cose come al deserto del Kalahari o di Atacama (che dicono siano i peggiori sul pianeta); e tuttavia in quei deserti ci sono o volte delle oasi con una pozza d’acqua: lì, nulla! Quando, dopo l’ennesimo scavalcamento di colle e l’ennesima discesa, ho visto sotto di me Moneglia, la cara, la amata, la civile Moneglia, mi è sembrato un vero miraggio.
Arrivata giù ho bevuto aranciate, birre, thè, acque brillanti, a garganella, per qualcosa come 4 litri. Ma ciò che desideravo ancor più dell’acqua era l’ombra, e di quella, negli stretti carrugi, ne ho trovato una infinità!
 
                                                                                             Luisella Stamebin
 
levante