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Rifugi...
Pubblicato da Somadaj   
Giovedì 15 Gennaio 2009 12:22
Ghilead n° 38 ns – maggio ’08

    Guardai fisso i suoi profondi occhi neri tentando di leggervi l’anima, mentre un denso, corposo, viscido humus di angoscia scendeva lentamente, profondamente in me strozzandomi il respiro. Avrebbero dovuto attendere, soli, loro due, in un rifugio, il tram che li avrebbe condotti all’Istituto della Sopravvivenza. Mi stava chiedendo un permesso, una semplice autorizzazione a compiere il percorso con lui. Ora, sosteneva con zelante convinzione, non avevo più la necessità di accompagnarla e andarla a riprendere ogni giorno respirando, chissà mai, aria malsana. Ora questo nuovo amico, vicino di casa che frequentava il medesimo Istituto, si sarebbe accompagnato a lei offrendole protezione.
    Da circa due anni vivevamo felicemente insieme, ed ora, improvvisamente, si presentava davanti a me un problema immenso. Era un bel ragazzo, lui; alto, forte, con un disarmante sorriso di fanciullo stampato in un volto da dio greco. Di tanto, di troppo più bello di me che certamente atletico ed alto non sono. Più basso di lei no, ma le due dita in più non facevano di me certamente un individuo degno di attenzione.
    Ero smarrito, e maledicevo ora con tutte le forze quel maledetto smog che si era definitivamente appropriato della città. Uno smog giallastro denso al respiro come melassa, che in pochi attimi bruciava gola e polmoni con la forza dirompente di un fuoco. Ormai la vita si riduceva al chiuso delle quattro mura domestiche che con sofisticate tecnologie proteggevano da radiazioni e veleni. Si lavorava usando il computer, unicamente il computer. Ormai pure le fabbriche erano pressoché prive nel loro essere di vita umana operaia o impiegatizia che fosse. Ogni operazione era comandata da computer sistemati nelle abitazioni degli operatori; persino l’uso delle macchine utensili, unicamente a controllo numerico, erano gestite da casa. Automatismi sofisticatissimi guidati da telecamere a visione tridimensionale portavano ormai ogni fabbrica, ogni ufficio nel cuore delle case.
    Questo riduceva di già la necessità del muoversi, ma da quando il denso e giallastro smog era via via aumentato (sino a far si che più di sette minuti la mascherina a carboni attivi non era in grado di proteggere. Poi servivano maschere e bombole da sub) la situazione era precipitata.
    “Irreversibile condizione di degrado, nessuna possibilità di manovra, avviato un meccanismo di autodistruzione ormai incontrovertibile“, sostenevano gli sconvolti scienziati.
    Ed il traffico cittadino si era ridotto a poche costosissime vetture – per la maggior parte adibite a taxi – ormai simili a cellule di sopravvivenza, ed a tram a chiusura stagna che lentamente sezionavano a spicchi la città. Solo questi tram sfruttanti l’energia elettrica erano ormai i mezzi usati da chi per inderogabili necessità si vedeva costretto ad uscire di casa.
    L’attesa alle fermate per i pochi che rischiavano era resa possibile da rifugi a due soli posti. Piccoli rifugi dalle dimensioni di poco maggiori alle vecchie cabine telefoniche, con chiusure ermetiche, una panca in legno ed un kit di pronto soccorso. Le fermate dove era prevista una maggior affluenza di utilizzatori potevano arrivare ad ospitarne un massimo di tre. Vi si accedeva tramite la tesserina di abbonamento tranviario. Pure con il singolo biglietto per una sola corsa, ma nel caso di tre utilizzatori ed un solo rifugio il diritto spettava ai detentori di abbonamento, tant’é che alcuni tale abbonamento sottoscrivevano per non rischiare di attendere esposti, in caso di improvvisa necessità, ai pericolosissimi miasmi venefici. Due posti piccolissimi, dove si stava seduti a contatto di pelle.
    Rifugi tutti uguali (a parte il colore, che riprendeva quello del tram che detta linea percorreva) rifugi uguali a quello – azzurro – dove poco meno di due anni prima avevo rivisto lei, sorella di un amico, conosciuta di sfuggita ad una festa familiare.
    Passare 20 minuti con lei era stato come vivere in un sogno; sentirla fremere quando appoggiai la mano sul suo tornito ginocchio fu come entrare direttamente in paradiso.
Poi salì da me, e da allora fummo come un unico essere vivente.
Sino ad oggi...

    E mi trovavo lì, davanti alla vita che chiedeva di essere lasciata libera di andare!
Come dire di no? Come urlare tutto il mio terrore di perderla? Non comprendeva, davanti l’espressione tesa del mio viso, davanti gli occhi resi lucidi non certo per il solo smog, la mia disperazione? Quale altra possibilità poteva esistere mai per impedirle di andare? Nessuna… Nessuna… Lo scopo di questo suo andare era il desiderio di apprendere come soccorrere i malati, le persone vittime del veleno che impregnava l’aria, l’acqua, i cibi. Era per adempiere ad una missione nobile, per dedicare al prossimo momenti di vita in grado di alleviarne sofferenze, angosce profonde. Come era possibile negarle il desiderio di adoperarsi per gli altri, come soffocare il suo amore per il prossimo senza coprirsi di biasimo, di vergogna?

    Lui aveva ugualmente scelto di servire il prossimo, di adoperarsi per i meno fortunati. Ed era iscritto al medesimo Istituto della Sopravvivenza di lei… Negare il permesso di percorrere insieme la medesima strada poteva apparire medioevale gelosia, grettezza mentale, sordido egoismo. Non avrebbero capito, e forse, oddio, scorto in me un nemico…
    Non esisteva nessuna possibilità di fuga, nessuna. Lo comprendevo perfettamente.
E dannatamente.

    Il pensiero che lei cinque giorni della settimana li possa vivere accanto a lui mi fa impazzire. Minuti e minuti, ore, forse, suggerisce la mia mente ormai sconvolta, chiusi in uno spazio tanto limitato da costringerli ad un contatto fisico. E poi la scuola, magari la medesima classe… Giovani e belli, con davanti la prospettiva di una vita certamente dura, difficile, che conduce fatalmente al desiderio di viverne e goderne fino in fondo tutte le possibili motivazioni di gioia.
    Lei avrebbe resistito? Mi avrebbe amato tanto da negarsi alla tentazione? Non volevo pensare, non volevo pensare.

    Guardo lei nel suo vestitino leggero, con la scollatura discreta, ma con i seni che spingono forte verso l’alto l’arroganza dei giovanili capezzoli. La leggera gonna si ferma quattro dita sopra le ginocchia lasciando nel movimento scoperte gambe a procurar vertigini, gambe che agili caviglie rendono ancora più slanciate e tentatrici.
Quanto è bella! E’ la vita, lei, la vita.
Ha solo vent’anni, io poco più di trentacinque. Lui circa ventitré, venticinque, forse…
    Guardarli è sentirsi improvvisamente solo, terribilmente, implacabilmente solo. Il confronto è impietoso, percepisco la sconfitta danzare beffarda nel petto, irridere impunemente sentimenti che sento feriti a morte.
    Tento di sorridere, ma celato dalla mascherina quello che riesco a esprimere è unicamente una smorfia. Non debbo, non voglio offrir loro l’impressione del soffrire, dell’uomo portato alla disperazione.

    Faccio con il capo un cenno di assenso. Non mi è materialmente possibile spiccicar parola. Un grazie, un ciao, e li vedo allontanarsi rapidamente verso il rifugio vicino.
    NON ANDARE! NON ANDARE! urlo nel frastuono della mente!… Non andare…
    Solo un uomo dal cuore morto, però, può urlare questo a chi si propone di operare per il bene della comunità. Lo so bene, maledetta Coscienza!
    La porta del rifugio si richiude alle loro spalle con un CLACK! che nel silenzio dell’ora echeggia come un colpo di rivoltella.

    Mi accorgo solo allora di quanto più corposa si sia fatta l’aria al mio respiro. Muovo i primi incerti passi nella direzione di casa; sono allo scoperto da ormai cinque minuti, debbo affrettarmi. Anche se mi pare di camminare verso il nulla, ormai. Un denso liquido simile a lacrime rende torbida la vista, e colando lentamente sulle gote inumidisce la mascherina protettiva. Qualche metro ancora, poi la strappo con decisione scagliandola rabbiosamente al suolo. Inspiro profondamente, e mentre un fuoco ardente scende saettando fino alle viscere rivolgo a Dio una richiesta di perdono. Mi accoccolo a terra appoggiandomi ad un muro, stringo fortemente a me le gambe raccogliendomi a grumo. Le mani stanno lentamente mutando di colore.

    Prima che gli occhi perdano definitivamente ogni potere, scorgo come nella bruma l’avvicinarsi di un tram, del tram che li condurrà all’Istituto. Mi passa accanto. E’ azzurro…
                                                    
                                                                                                                 Ernesto Ceraulo "Somadaj"