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Lo specchio
Pubblicato da Somadaj   
Sabato 27 Dicembre 2008 12:21
Ghilead n° 57 vs – giugno 1998

    Lo specchio gli restituì la figura. “Che ne faccio?”, fu il primo pensiero che gli venne nella mente a caldo. “La butto?”. Si, e poi? Guardò con un po’ più di attenzione; era lui, era certamente lui quel tipo di mezza età dai contorni leggermente paffutelli che lo osservava con aria perplessa. Distolse lo sguardo come ferito, ma durò solo un attimo lo smarrimento.
    Si scrutò attentamente negli occhi cercando in essi consolazione. No, non erano cambiati, almeno così gli pareva. Forse leggermente più intensi, meno beffardi, ma ancora vividi e inquieti. Quegli occhi erano lui, il lui dei trent’anni, quello eternamente impegnato in continue rincorse di orizzonti lontani e di vicine, splendide, coloratissime farfalle. Si sorprese sorridersi.
    Attraverso essi scrutò attentamente dentro di se.
    L'armadio con gli ampi cassettoni era ancora al suo posto, pulito e integro come il giorno che li era stato sistemato. Tirò casualmente un cassetto. Era grande, veramente grande. “Amici”, recitava la scritta in giallo oro incisa sul frontale.
    Quante fotografie! Alcune si presentavano palesemente impacciate nella loro sbiadita veste bianco e nera tanto da lasciarsi come intenzionalmente sprofondare verso il fondo del cassetto. Una traccia di tempi passati che lucide, coloratissime immagini di amici recenti parevano soffocare in un bailame da stadio di calcio.
    Immerse le mani in esse facendole scorrere fra le dita come carte da gioco.
    Questo è Carlo, il figlio di Sergio, e questo è Paolo, il padrone del bar di via San Secondo. Ecco Sonia, così buffa in quel vestitino a fiori; ecco Andrea, e Pino, ed Enrico. S’interruppe di colpo provando un tuffo al cuore: Gino!...Un cartoncino bianco, un nome, due date. Poco di lato un altro cartoncino: Gianni... e poi... Gianluigi. Quelle fotografie erano ora nel cassetto del dolore insieme a quelle delle persone più care, dei genitori, dei parenti scomparsi e (no, no, non gli pareva blasfemo questo) con quello delle ragazze che aveva amato e che il mondo gli aveva in qualche modo portato via. Prima che se ne rendesse conto una ridda di immagini lo travolse serrandogli la gola quasi a soffocarlo.
    Quel cassetto del dolore non lo avrebbe aperto più, ne era certo. La vita spinge avanti, anche se questo non vuoI dire scordare, e lui indietro non si era voltato mai, ancora. Ancora...
    Cacciò i pensieri con un gesto nervoso della mano e con forza tirò a se un nuovo cassetto. “Sogni”, lesse a voce alta come rivolgendosi a qualcuno, ma in realtà per meglio fugare il senso di oppressione che ancora sentiva fremere in se.
    Zeppo, pieno zeppo! Possibile?, pensò. Molti si erano realizzati, lo ricordava bene. Frugò in esso quasi con ansia per meglio comprendere, e quando comprese quanto ovvia fosse la cosa si mise sonoramente a ridere. Il sogno della casa al mare a vent’anni non c’era, e neppure quello della BMW Z3 Roadster, lo spiderino che lo faceva impazzire, per non parlare poi di quella splendida villetta scoperta in vendita a Pino Torinese solo pochi mesi prima durante un allenamento.
    E quei cofanetti con raffigurate su ogni lato splendide immagini? Ne prese uno con la Torre Eiffel svettante sul coperchio e l’aprì: le note cadenzate e solenni della Marsigliese lo avvolsero come in una bandiera, mentre dallo scrigno i gioielli del Louvre e dei suoi capolavori, di Notre-Dame, dei Champs-Elysèes, di Monmartre, della Senna, e di mille altre sfaccettature di luce, lo accecavano con la loro bellezza. Diamanti, perle, zaffiri...
    Ne prese in mano un secondo, e poi un terzo, e un quarto ancora: Vienna, Atene, Londra, Madrid, New York… Quali stupendi e sconosciuti mondi pulsano pieni di vita in quel cassettone! Gli orizzonti lontani ci sono ancora, eccome, più vividi e colorati che mai. Li accarezzò con gratitudine riconoscendo ad essi il valore del suo sentirsi libero da ogni nazionalismo, di sentirsi amico e fratello di ogni abitante della terra “di buona volontà”.
    Di alcuni sogni restano sul fondo polverosi resti, schegge e frammenti non più grandi di un pugno a testimonianza della fragilità intrinseca in essi. Era triste scorgere fra quegli sparsi rottami quelli d’uno dei sogni più belli e cari che ogni essere umano coltiva. Quello dell’Amore.
    A quell’Amore utopico dei vent’anni aveva chiaramente rinunciato. Troppe volte si era illuso, troppe volte il suo cuore aveva pazzamente preso a battere invano. Il sogno dell’amore vaga ancora nel cassetto (è un sogno che non si spegne mai, quello) ma è amore, non più Amore. Il sogno dell’Amore, proprio perché utopico, si è sbriciolato nel tempo.
    Sospirò e scrollando le spalle richiuse il cassetto. Non poteva lasciarsi prendere dalla malinconia fantasticando su come sarebbe forse stata la vita al fianco di Lory, di Anna, di Chantal, di Wilma, di… Basta, aveva tante, tante cose ancora da fare, lui.
    I cassetti parevano osservarlo come impazienti di essere scelti. Quante cose erano in essi stipate, ma la scelta non gli pareva poi tanto importante. Ad esaminarli tutti non gli sarebbe bastato un mese intero, lo aveva capito, ma ora aveva capito pure che, a dispetto degli anni trascorsi, lui non era cambiato più di tanto. Era certo, anzi, di essere migliorato. Certe incongruenze, certe debolezze, certi spigoli non erano più, ma la forza che spingeva avanti, la fantasia che creava, l’ottimismo (ora ragionato) che sorreggeva si, quelli erano integri. Anche i cassetti che sul momento aveva trascurato sapeva essersi arricchiti di nuove preziosità.
    Puntò fisso l’immagine che lo specchio rifletteva e con atteggiamento di sfida sorrise a quel volto straniero che lo scrutava. Sapeva benissimo cosa fare.
Frugò nello sgabuzzino fino a trovare quello che cercava. Con uno straccio tolse il velo di polvere che ingrigiva l’oggetto e con lui sotto braccio si avviò fischiettando verso l’uscita.
    Il sole lo baciò incurante del fatto che lui proprio bello non era; gli parve giusto ringraziarlo con un sorriso ed un mezzo inchino.
    La retina per le farfalle era ora serrata fermamente nella sua mano e sventolandola come una bandiera scese nel mondo rimettendosi a caccia!…
 
                                                                                                                      Ernesto Ceraulo "Somadaj"