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J. - di GeoSergiulin
Pubblicato da GeoSergiulin   
Giovedì 27 Novembre 2008 12:18
 
 
 
 
 
       J. aveva scoperto bei pascoli in una valle da C. il suo paese dove abitava.
All’inizio ampia e aperta si restringeva in alto tra le rocce e, a percorrerla con le pecore e capre, era difficoltoso. Ma poi più oltre tornava a farsi piana e larga e tornavano i prati.
     A colpire l'immaginazione di J. non era tanto la valle con il suo modificarsi salendola, ma quella quinta di roccia a picco, sulla destra all'inizio, sulla quale crescevano radi larici.
     Come raggiungerne la cresta e la cima era stato il suo pensiero lungo il periodo dell'alpe nell'estate. Aveva anche tentato nell'inverno. Ma, per la neve abbondante quell'anno, aveva rinunciato.
     Non ne parlava con i compaesani per la paura della loro incomprensione e delle loro prese in giro. Non riusciva a spiegarsi il perché di questa idea che lo perseguitava quasi fosse una stupida mania.
     Tentò nell'estate successiva con le sue feje. Dalla valle la salita pareva impossibile. Il fianco era impervio, di lisce rocce, ed alto un centinaio di metri solo inciso a metà da alcuni gradoni. Fece un lungo giro nella bassa valle e poi su fino a trovarsi ben più in alto della cresta. Scese nel bosco e, imboccata una traccia, si trovò su di un colle che si affacciava sulla sua valle.
     Davanti aveva solo più pietre e qualche arbusto di mugo. Lasciò le sue bestie e prosegui lungo la cresta rocciosa; non era solo però, l'aveva seguito una giovane pecora che con passi ancora non molto sicuri tentava anch'essa l'avventura.
     Qualche passo e fu sul colmo della cresta. Scese ancora fino a trovarsi sull'estremo del monte che si affacciava sulla valle. Sotto di se lo colpi il vuoto, le nuvole basse che si imbrigliavano ai monti d'intorno. Era un tratto di spazio nuovo e a lui sconosciuto.    
     A quel punto senti in distanza un debole belato. Dovette mettere attenzione per capire da dove provenisse. Lo intuì più che saperlo, dal fianco dopo le ripide rocce. Doveva raggiungere il punto da dove proveniva il lamento della pecora e capire l'accaduto. Continuò in discesa, con attenzione, prima per un ripido sentiero per pietre inclinate verso il fianco roccioso fino a trovarsi su di uno dei gradoni che aveva osservato dal basso della valle. Anche se un po' spaventato dall'altezza continuò in piano sulla stretta striscia di terreno a balcone sulla ripida parete.
     Qui, incolume, trovò la piccola pecora che l'aveva seguito nell'esplorazione. Evidentemente caduta, gli arbusti che crescevano sul fianco l'avevano protetta fino a fermarsi dolcemente sul limitato prato.
     Scopri cosi quel giorno un piccolo angolo di mondo sul quale poteva pensare ad un futuro di cui non aveva ancora in mente il suo svolgersi. Torno sui suoi passi, portandosi in spalle, questa volta, la pecora caduta fino al resto delle bestie.
     Quel pezzo di terra gli ritornò in mente per il resto dell'estate che passò in montagna.
 
     Nell'inverno la sua vita continuò lavorando alla costruzione del castello del Conte dove spaccò pietre, le squadrò e le trasportò ai muratori intenti ad erigere i muri del cortile. Nel cortile dove, sulla parete già finita, un pittore stava dipingendo il corteo del Conte. Sul dipinto osservò, tra i personaggi del seguito, una figura femminile che lo colpi particolarmente.
- Chi è la fanciulla ritratta a destra del balcone? - chiese.
- E' una ragazza di un grande paese della pianura - rispose il pittore.
- E' una nobile immagino? - disse J .
- Non è nobile. Sono stato colpito dal suo viso e le chiesi di posare per l'affresco – precisò l'artista.
- Conosci il suo nome? - chiese J.
- No - fu la laconica risposta.
      In un giorno di festa, nel freddo inverno, esposte le piccole opere di legno che scolpiva durante l'estate all'alpe, la vide tra la folla che occupava le strade della cittadina in occasione della fiera. Fu un attimo e poi non ebbe più occasione di vederla e di tornare in città.
     Ma per tutto l'inverno, oltre alla vaga presenza della ragazza sconosciuta, la sua mente tornava lassù tra i larici e gli abeti dove immaginava di passare in libertà i suoi giorni.
     Così nella primavera lasciò il lavoro di pastore, e con i denari guadagnati con la sua opera di muratore presso il castello, acquistato in paese pane e companatico, ritornò alla rupe dove cominciò a sistemare il sentiero di accesso all'ormai suo terreno. Per evitare la risalita al colle ed all'estremità della cresta costruì una passerella sul fianco del monte con travi e tronchi di abete nel tratto più impervio del percorso.
     Spianò poi una piccola area dove aveva intenzione di costruire una piccola baita.
     Spaccò pietre, le squadrò in blocchi come aveva imparato lavorando al castello e ne staccò lastre. Taglio qualche abete e ne fece travi e tavole. Sulla spianata costruì le fondazioni della casetta sulle quali eresse i muri fino a ottenere il perimetro dell'edificio. Con i travi e le tavole costruì il tetto che ricoprì poi con i rami degli abeti ancora con gli aghi. Una rustica porta ed una finestrella completarono l'abitazione.
     Sul davanti estirpò i pochi arbusti e preparò la terra con l'intenzione in futuro di seminarla. Realizzò infine un piccolo recinto.
   
     Alla fine dell'estate, al primo freddo, tornò all'opera. Il castello cresceva su di un montarozzo al centro della valle fino a sembrare una sentinella.
     Tornò a C. nel giorno di festa dove rivide la ragazza dell'affresco. Questa volta ebbe il coraggio di avvicinarla fino a parlarle.
- Sei tu la ragazza ritratta nell'affresco del castello - le disse.
- Come mi hai riconosciuto? - rispose
- E' stato facile. Tra tutte le ragazze in città solo tu assomigli al ritratto del pittore.
     Venne facile il discorso con lei. Le chiese il suo nome. Le raccontò del suo luogo lassù in alto sulla montagna, della costruzione della casetta e delle sue intenzione di abitarci.
     Le propose di raggiungere la sua baita. Lei accettò e il mattino successivo in una giornata fredda e serena iniziarono salire verso la montagna.
     Arrivarono al sentiero che in piano percorreva il fianco della cresta. La poca neve di quell'anno non ne aveva coperto il tracciato.
     Già la vista delle fosse che tempo addietro, come raccontavano gli anziani, avevano accolto i morti di peste scosse l'animo di lei. Giunti nel punto in cui la stradina si affacciava sul burrone dove J. aveva costruito la passerella le porse la mano. Una piuma si posò sulla sua ruvida e provata dal lavoro. Raggiunsero la baita, ma già ella pareva aver fretta di ritornare sui suoi passi. Nulla la trattenne. Di corsa senza altro dire si precipitò nella discesa.
     Fu l'ultima volta che la vide. Fu in quel momento che decise definitivamente di lasciare il paese e di adattare la sua vita lassù.
     Constatò come la piccola abitazione aveva ben retto ai freddi e forti venti invernali ed alla neve. Scese in valle per comprare sementi e due capre, e risalito le sistemò nel recinto.
     Poco per volta la sua vita si adattava a quel luogo e seguiva la via che lui desiderava. Sopportava bene la solitudine che ormai era deciso ad accettare. In primavera seminò qualche ortaggio nello spazio di fronte alla casa e proseguì a sistemare il terreno, il viottolo ed a costruire un parapetto in pietra sulla balconata dove era caduta la pecora.
     La costruzione della casetta, la sistemazione del terreno attorno, il suo isolamento non era riuscito a nasconderli ai compaesani; alcuni l'avevano seguito e spiato nei suoi gesti. Avevano conosciuto l'avventura della pecora caduta e la storia era stata ingrandita ed infiorata.
     Dopo un po' di tempo in paese si ascoltavano strane fole sul suo conto fino a credere che, invece della pecora, fosse stato J. a cadere ed a restare incolume dopo la caduta sul baratro.
     Si diceva in paese che forse era stato spinto da cattivi ed invidiosi uomini. Si era forse isolato sulla rupe in preghiera?
     Nulla di quanto si sussurrava giù in valle era giunto alle orecchie di J. Si rese conto che qualcosa stava succedendo solo quando, sporgendosi verso il basso, vedeva gente risalire, in parte, lungo il suo sentiero che fino a quel momento quasi nessuno osava percorrere. O, uscendo al mattino, trovava di fronte all'ingresso vivande offerte.
 
     Tempo dopo, un giorno, uscendo dalla casa si trovò di fronte Felix, suo compagno nei lavori del castello. Si stupì a ricevere dall'amico un saluto rispettoso e deferente. Ricambiò il saluto.
- Tu che ora sei più vicino a colui che ti può dare risposte - disse Felix - mi potresti aiutare nel…
Ed iniziò Felix ad esporre i problemi che l'assillavano, con sincerità, senza alcuna remora.
     J. non lo interruppe e lo lascio continuare. Alla fine disse:
- Cosa ti fa pensare che io sia in grado di dare una risposta ai problemi che mi hai esposto?
- Tutti, giù in paese, lo pensano - rispose Felix.
- E da quando? - chiese.
- Da quando ti sei allontanato da C. e sei venuto quassù e da quando si racconta sul fatto straordinario che ti è accaduto. Della caduta.
     Lo lascio parlare per un po', e riferire ciò che in paese si raccontava su di lui. Lo interruppe dicendogli:
- E' pur vero che da quando sono quassù qualcosa è cambiato in me e nella mia vita. Ho avuto il tempo per pensare, riprendere ad imparare, conoscere la natura qui intorno. Dalla natura prendere l'esempio per vivere, dagli alberi, dagli animali, da tutto quanto mi è intorno, pur se in un limitato spazio. Ma ciò non credo mi dia la possibilità di capire e risolvere problemi altrui. Potrei solamente sostituirmi a te e dirti come io risolverei i tuoi casi.
- Dimmi, dunque, come dovrei comportarmi? - lo sollecitò Felix.
     Ciò che Felix gli aveva esposto affrettatamente e disordinatamente J. tentò di riordinare. Espresse il suo parere e le sue soluzioni per i casi più semplici per poi proseguire a risolvere ciò che più angustiava Felix. Alla fine, dopo la lunga chiacchierata, lo congedò. Felix si allontanò lungo il sentiero giù nella valle.
     All'alba, uscito di casa, J. trovò una terza capra a fare compagnia alle due sue.
 
     Incominciò così l'andare e venire sul sentiero per la cresta. Chi l'attendeva sulla porta, chi bussava, chi chiamava forte il suo nome. Ora non erano più semplici problemi personali che gli venivano posti e che J. in qualche modo cercava di risolvere, ma bensì arrivavano alla sua semplice abitazione uomini e donne ammalati, uomini feriti durante un lavoro o con fratture a seguito di cadute e portati a braccia dai loro compagni.
     A tutti egli dava udienza e, nel limite di ciò che le sua esperienza gli permetteva, dispensava semplici consigli, curava malattie e ferite con l'applicazione delle erbe che aveva conosciuto e raccolto durante i mesi dell'alpeggio. Legava fratture come aveva imparato a fare con le sue bestie quando al pascolo cadevano o inciampavano nelle rocce.
     Aveva tentato, in un primo tempo, di migliorare la sua casa. Di allargare lo spazio per coltivare. Ma doveva continuamente interrompere i lavori per dare udienza ad ogni persona che accorreva alla sua casa.
     Anche ciò che aveva di più caro - osservare la natura che lo circondava, l'acqua scorrere, i fiori sbocciare ed appassire, gli alberi, i prati, gli animali, la sua valle, i monti innevati fino a tarda estate, i ghiacciai - gli era ormai impedito per il sopraggiungere ad ogni ora, ogni giorno e da ogni dove di gente e gente che sul sentiero formavano armai una lunga coda.
     Aveva necessità di eseguire urgenti lavori: rifare il ponticello di legno nell'ultimo tratto del sentiero. Quando l'aveva costruito doveva reggere solo il suo peso ma ora che era percorso dai pellegrini, ormai così avrebbe dovuto chiamarli, si era di parecchio indebolito. Occorreva anche dotarlo di un parapetto per impedire rovinose cadute dal dirupo.
     Poi, nel luogo dove la pecora tempo prima era caduta, alcuni valligiani si erano messi a costruire una piccola cappella ed il sentiero che ad essa conduceva era ripido e stretto. Si mise, nel poco tempo che gli rimaneva, ad incidere gradini, sistemare lose per pavimento e a formar canalette per far scendere la pioggia. I frequenti temporali e lo sciogliersi della neve potevano danneggiare e render troppo pericoloso il passaggio.
 
     Un giorno di avanzata primavera, nella tarda mattinata, sentì un mormorio di folla.
     Un lungo corteo percorreva la bassa valle. In genere i suoi visitatori vestivano dimessamente, mentre guardando attentamente s'accorse che il corteo era formato da personaggi vestiti di abiti coloratissimi. E poi brillio di armi, armature, bandiere e stendardi.
     Forse ricorreva la festa del patrono, ed il suo santuario era in alto sulla montagna.
     Stava il Conte raggiungendo la sua modesta casa?…
     Infatti il corteo deviò verso la sua rocca. Preceduto da armigeri, con un seguito di cortigiani - tra i quali la vide, vestita dello stesso manto con il quale il pittore l'aveva ritratta. In portantina, il Conte di Ch. arrivò fino alla sua abitazione. In quel momento fu il Conte stesso a rivolgergli la parola:
- Tanto parlar di lei in città mi ha incuriosito. Ho voluto salire quassù per conoscerla e capire. Ora la vedo, vedo i monti, la valle e comprendo. Dove trovare un altro posto così?
- E' tutto quanto ed è di tutti - disse J.
- Ho anch'io un quesito da porle e voglio un suo consiglio - disse il Conte - Lei conosce il castello che sto costruendo a difesa della valle. Pensa che la sua grandezza sia sufficiente a contenere i possibili attacchi dei nemici?
Costruisca il castello - rispose J. - ma non faccia il muro intorno.
     Fu la volta che J. non venne ascoltato.
                                                                                                                                                 Geo Sergiulin
 
Oggi, salendo lungo la Valle d'Aosta, poco prima della città, esiste una località che, raggiunta da un sentiero, dopo un bosco e un ponticello di legno, si affaccia sulla valle principale e dove è stata eretta una semplice cappella.
Quel posto ha ispirato il mio racconto.