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Solamente un sogno?
Pubblicato da Somadaj   
Giovedì 12 Maggio 2016 17:48

 

Solamente un sogno?

 

                                                                                     Nuovi cieli e nuova terra

Clac clac clac clac clac

Clock clock clock

Trac, trac, trac, trac, trac.

     “Antifurto, porta blindata e serrature a volontà. Anche questa sera sono riuscito a rientrare nel mio fortino. Bene!”. Silvio si tolse il giaccone e l'appese correttamente nell'attaccapanni che lo attendeva postato accanto alla porta. Il suo lavoro di rappresentanza lo portava a rischiare parecchio, lo sapeva, ma dati i tempi si riteneva fortunatissimo di avere ancora una occupazione. Ma era pericoloso, e non perchè portasse in giro valigie con gioielli oppure denaro, no. Era che aveva necessità di un'auto di una certa classe, di rappresentanza appunto. I chilometri che giornalmente il suo lavoro lo portava a percorrere erano inoltre molti, altro fattore che gli precludeva il viaggiare con una piccola, lenta e poco comoda utilitaria. Questo forzoso andare poteva fatalmente condurre a pensare che i denari non gli mancassero, cosa non vera. Ci campava, ma niente di più. Era estremamente onesto e preciso in ogni sua cosa, ma dato l'apparente alto tenore di vita chi mai avrebbe potuto credergli? Il conto in banca era minimo, ma il sospetto di denaro depositato all'estero (zero!) ben aveva motivazioni di sussistere nella mente dei malfattori.

     Si lasciò pesantemente cadere sulla poltroncina TV, quella posta davanti la “porta sul mondo”, quella a cui non sapeva rinunciare ma che gli procurava tanto sconcerto e dolore. Che mondo era ormai diventato quello che lo vedeva presente! Aveva cinquantadue anni, ma negli ultimi dieci gli pareva di esser invecchiato di trenta...

Desiderava il bene, la giustizia (quella vera!), la pace e la serenità per ogni essere vivente. Amava gli animali, e sapeva bene quanto un leone, una tigre, un orso sapevano comportarsi come animali amici se trattati con amore e rispetto.

Un mondo nuovo immaginava nella mente, un paradiso come quello descritto dalla Bibbia dove ogni cosa aveva giusta collocazione e perfetto andare, dove esisteva un Regnante che aveva dato dimostrazione d'immenso amore nei riguardi della sofferente e incerta creatura umana.

     Il salottino era in penombra, l'unica luce presente era offerta da un vecchio lume posto a lato della poltroncina, atmosfera che indubbiamente conciliava il rilassamento. Era stata una giornata pesante; tanti i km. percorsi per un raccolto invero quanto mai scarso.

     Erano ormai prossime le due e trenta quando una lama di luce iniziò a danzargli accanto i piedi destandolo dal torpore. Sobbalzò, stupito prima, allarmato poi. Le finestre, protette da robuste inferiate, da sempre erano rese cieche da pesanti scuri, sempre, giorno e notte. L'abitazione era per forza di cose ormai diventata un bunker, un fortino in cui rinchiudersi al più presto cercando protezione.

Qualcuno è entrato in casa...”, fu il primo pensiero che lo assalì. Un brivido gli saettò lungo la schiena mentre un cappio gli pareva serrare la gola. Era un turbinio di colori caldo, affatto spaventoso, ma ciò che più lo intimoriva era l'improvvisa, ingiustificabile apparizione.

Inspirò forte cercando di raccogliere in se più ossigeno possibile. Non teneva armi lui, era contro la violenza di ogni genere pur se disposto a lottare sino allo spasimo per difendere principi che riteneva non negoziabili. Come poteva reagire lui che era uomo mite e mai si era trovato nell'occasione di dover difendersi fisicamente?

     Scoprì gambe incredibilmente prive di energia quando le richiamò per alzarsi dalla poltroncina, ma facendosi forza si avvicinò alla tenda attraverso cui pareva filtrare la luce. Prima ancor di appoggiar su essa una mano udì una voce che faticò a riconoscere come sua farfugliare un “C'è qualcuno?...”. Fu il silenzio a rispondergli, ma non ne fu affatto rassicurato. Facendo violenza alla paura spostò di botto la tenda preparandosi al peggio... scoprendo con incredulità che la luce entrava attraverso le ante, correttamente chiuse.

Ricadde sulla poltrona, mentre il respiro tardava a tornare. Gli stava succedendo un qualcosa al di fuori delle righe, un qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco.

     Inaspettatamente gli tornò alla mente la lettura dell'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse. La ricerca di Dio era da sempre presente nei suoi pensieri, e proprio pochi giorni prima, appunto, ne aveva della Bibbia per la seconda volta concluso la lettura. Un pensiero pazzo gli si affacciò alla mente, ma gli parve tanto incredibile che si mise a scuotere fortemente il capo come ad uscire da un sogno. Poteva mai succedere a lui l'essere presente al miracoloso evento atteso dagli uomini da centinaia, da migliaia di anni? Era forse il desiderio dei promessi nuovi cieli e nuova terra che lo conduceva a fantasticare? L'inquietudine scatenò ogni elettrone del suo essere spingendolo verso ritmi inusitati, provocandogli una carica di elettricità che lo portò a prendere una rapidissima, folle decisione.

     Tirò dietro se la porta di casa udendone il discreto clic, ma non si curò affatto di completarne la chiusura. La luce che intravvedeva oltre il portoncino d'ingresso al palazzo lo attraeva quasi si fosse trasformato in falena

Uscì all'aperto venendo assalito da una emozione mai vissuta prima; non esisteva violenza in quelle luci che s'inseguivano improvvisando giochi, creando una atmosfera fiabesca tutt'intorno. Come essere immersi in una aurora boreale, ma molto, molto più viva e colorata.

Il cuore parve scoppiargli nel petto. Entrò nell'auto, appoggiò il polpastrello dell'indice sul sensore della messa in moto.

L'auto si stacco dal marciapiede e lentamente acquistò velocità. Stava correndo, avvolto dai colori più incredibili, verso una luce abbagliante che scorgeva sporgere il capo da dietro la collina, una luce che sentiva essere vita.

 

     

     Una notte all'apparenza come tante, quella. All'apparenza.

Il silenzio della campagna attorno a lei era pressoché assoluto conciliando quel sonno che però pareva tardare a venire. Qualche uccello come lei a soffrire d'insonnia che di tanto in tanto faceva udire il suo dissenso, così come il bau bau di Laky, il cagnetto della signora Piera, che pareva di notte mai chiuder completamente gli occhi. Uno stormir di fronde ed il bau bau era certo, ad evidenziare che lui il pane se lo guadagnava davvero.

     Estrema periferia della città, con ancora del verde attorno ed alcuni vecchi cascinali come quello di Piera, cascinali ormai quasi ridotti a vestigia di tempi andati, con pochissime bestie ancora – i più ricchi o fortunati, che i tempi erano durissimi – dove andare ad acquistare un paio di uova fresche ed una manciata d'insalata. Quando in casa vi era qualche denaro, quando le scorrerie degli ormai numerosissimi sbandati non facevano tabula rasa di orti e pollai, che allora ci si univa ai molti che setacciavano i prati alla ricerca di erbe o insetti commestibili.

     Il lumino acceso cancellava l'orrore del buio donando alla camera il rassicurante sorriso delle cose note ed amate. Poche cose, che il più era stato venduto, ma ancora sufficienti a donar sicurezza.

Annina richiuse gli occhi tentando di perdersi nei sogni, di scivolare abbracciata ad essi nel sonno. Non le era ormai cosa facile sognare cose belle sommersi come si era dal timore, anche se lei di questo ne pareva libera. Ma viveva di quello della mamma, del suo agitarsi, del suo silenzioso piangere.

     Tentò con la tavola pitagorica, con le pecore... ci riuscì con le somme. Un sonno pesante, di un nero assoluto, di ore prive di domani. Fu la voce della mamma a trarla fuori dal nulla.

Alzati Annina, dobbiamo andare”. Tardò a mettere a fuoco la realtà del momento, ma ciò che realizzò allora le parve incomprensibile: la mamma sorrideva, la mamma appariva felice, addirittura gioiosa.

Si stropiccio gli occhi, si stirò come un gattino mentre conduceva i passi alla volta del bagno. La vecchia pendola del nonno fece risuonare due rintocchi che la colsero di sorpresa: era notte!

Quando raggiunse la mamma nella camera accanto scoprì la presenza del signor Antonio e della moglie Grazia. “Ciao marmocchietta, dammi un bacio che si va!”. Anche lui e la moglie parevano felici, trasformati in essa tanto da apparire ringiovaniti di anni, illuminati da un sorriso che pareva cancellare ogni ruga.

E sorrise anche lei, anche lei si scoprì di botto pazzamente felice pur se non ne comprendeva la ragione. La felicità che sentiva attorno a se le entrò nel più profondo dell'essere colmandola di calore, le trivellò il cuore sin quasi a farle mancare il respiro.

Nella sua giovanissima età non aveva mai provato disperazione o vero dolore; non aveva ancora sufficienti nozioni per comprenderne la potenza distruttiva, ma la gioia del momento, pur essa sconosciuta, la condusse inaspettatamente alle lacrime. Non capiva che stava succedendo in lei e attorno a lei, unicamente che era un momento straordinariamente unico e meraviglioso.

     Non scorse bagagli di sorta quando salì sull'auto di Antonio, e neppure si chiese perchè anche la mamma non avesse con se l'inseparabile borsetta. Non si chiese perchè avesse abbandonato in camera l'amatissima bambola regalatale dal babbo prima di scomparire per sempre, non si chiese nulla di nulla. Neppure di dove stessero andando.

Era ancora notte, ma il cielo sopra di lei aveva colori bellissimi, mai prima evidenziati. Dietro il filare di alberi che chiudeva l'orizzonte una luce intensa irradiava raggi che parevano d'oro.

Antonio mise in moto l'auto, e verso quella luce diresse la vettura spingendosi alla volta di un sogno che si apprestava a divenire meravigliosa realtà.

 

     ...

     Si svegliò all'improvviso, di scatto, quasi la sveglia avesse furiosamente chiamato. Si soffregò gli occhi, che poi lanciò alla volta della piccola scritta digitale che brillava nella oscurità della camera: 3 e 24! Che diavolo!

In realtà da qualche giorno si sentiva nervosa, quasi a denunciare un diffuso e sottile malessere, ma nulla di più, mentre ora, invece, la sensazione era quella bruciante di un'ansia irrefrenabile che le scuoteva le membra.

Sentiva al suo fianco il pesante respiro di Claudio, e quello sottile del piccolo Andrea che riposava nel lettino accanto. Scese silenziosamente dal letto indirizzando i passi alla volta del bagno; desiderava risciacquare il viso, bere un sorso d'acqua. Tranquillizzare il cuore, riacquistare la calma.

Mamma!...”. Il piccolo era sveglio. Lo sollevò a fatica portandoselo al petto. Aveva ormai quasi sei anni, e lei era donna giovane, ma non proprio quello che si presentava come tonica e prestante. La durezza della vita l'aveva non poco livellata fisicamente verso il basso.

     Raggiunse nel buio la cucina, accese la luce, accomodò Andrea su di una seggiola. Era evidentemente agitato come lei. “Mamma, usciamo...”. Trasalì come colpita al cuore. Non rispose subito, mise piuttosto a scaldare nel microonde un mezzo bicchiere di latte cui aggiunse un cucchiaino di miele. Lo sporse al piccolo. Per lei si preparò un caffè, e bevvero in silenzio.

Ora vado a svegliare tuo padre”, disse prendendo una decisione che ormai si era definitivamente impossessata di lei. “Claudio... Claudio... Claudio!...”, ripeté più volte mentre lo scuoteva sempre più fortemente. “CLAUDIO!!!...”. Lui si mosse grugnendo e rivoltandosi su di un fianco. Senza aprire gli occhi, senza mutuar parola.

Continuò a scuoterlo e a urlare per un tempo che le parve infinito, sino a che si sentì tirare per un lembo della vestaglia. “Mamma, andiamo...”.

     Vestì Andrea quasi senza vederlo tanto gli occhi erano colmi di lacrime, lacrime di cui non riusciva sino in fondo a comprenderne ragione. Le parevano di gioia e di dolore mescolate insieme, ma tutto questo perchè? Il respiro pesante e regolare di Claudio le davano la certezza di una sua sicura vitalità, per cui nessun timore in questo la feriva. E allora? Forse era questa la cosa più strana; erano le quattro e lei si apprestava a fare una passeggiata nel buio della notte con il piccolo Andrea per mano... e la gioia pareva prevalere! Perchè? Perchè quella bruciante sensazione che le metteva fretta spingendola oltre la porta di casa?

     Quando richiuse la portina del palazzo alle spalle, e prima ancora di voltare gli occhi al cielo li pose sulle cose a loro attorno, restò come paralizzata dalla sorpresa. Una morbida luce diffusa annullava ogni ombra, rendeva terso e limpido ogni palazzo, brillanti le vettura posteggiate lungo le strade. Quando li alzò al cielo il respiro si fermò per un tempo che le parve lungo ore. Mille colori si inseguivano come in un caleidoscopio, una aurora boreale con i colori dell'arcobaleno pareva scodinzolare felice al suo sguardo. Anna senti nascere dentro se un calore improvviso, e tutto il suo gracile essere parve raccogliere da esso una forza nuova, immensa. La mano del piccolo Andrea la trascinò dolcemente in avanti, oltre la periferia della città, verso una fonte di luce luminosissima da cui pareva trarre origine quel pulsante cielo vivente. Anna fermò il suo passo ricordando di Claudio: doveva chiamarlo, svegliarlo, condurlo al più presto al loro fianco onde condividere la felicità del momento. Afferrò il telefonino, ma... ma la mano di Andrea si rivelò improvvisamente tanto forte da bloccarne ogni movimento.

Mamma, andiamo... È l'ora”.