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Fasciato forte...
Pubblicato da Somadaj   
Lunedì 01 Settembre 2008 18:52

Ghilead n° 42 vs – settembre 1996


     Quando nacqui la tata levatrice urlò tanto forte che le spesse lenti che inforcava si incrinarono a raggiera: sentendomi scivolare mi ero aggrappato con forza ai suoi folti baffetti… Questo fu il mio entrare nel mondo, un entrare di già premonitore e che avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi sulla realtà che attendeva dietro l’uscio (in realtà, spaventato dall'urlo, li serrai fortemente).
     Erano le cinque del mattino di un meraviglioso sette settembre, e dopo un bel bagnetto ed una infinità di coccole mi fasciarono come una mummia lasciandomi finalmente riposare un po'.
     Il viaggio che avevo fatto non era dei più semplici avendo vissuto per ben nove mesi in uno spazio terribilmente angusto ed estremamente umido. Soltanto la mia forte tempra e l'innato istinto di sopravvivenza di già radicatissimi mi fecero superare a pieni voti l'accelerato corso di survival. Indiana Jones sarebbe apparso, da allora in poi, null’altro che uno sprovveduto novellino.
     Di solito quando si nasce si urla: urla la madre per le doglie del parto, ed urla il piccolo che dal nido raccolto e protettivo viene scagliato nudo in un mondo sconosciuto ed ostile dove, se non impara da subito a respirare aria, se la può vedere veramente brutta. Non ho urlato, io: solo mamma e la vecchia tata levatrice.
Molto forte…

     Fasciato stretto così avevo un caldo boia ed una sete da sardina sotto sale.
Quanto avrei pagato per un sorso di Isostad!!! L’unica cosa che riuscivo a muovere, conciato com'ero, erano gli occhi, così li lasciai passeggiare – quanta fatica i primi passi…– su quella parete e parte di soffitto benignamente concessami dalla ingessata posizione impostami.
     Che tuffo al cuore quando con essi calpestai inavvertitamente il piede ad una buffissima creatura scura e secchissima che con le lunghe gambe dondolava appesa a sottilissimi fili. Giocammo per un po' poi, sapete come sono i bambini, la schiacciai sorridendo contro il muro.
     C'era proprio poco da vedere, però: una sottilissima crepa che scendeva zigzagando come Tomba, un piccolo chiodo solitario che chissà quale muta testimonianza aveva sorretto, un paio di macchiette a baffo dal sorriso beffardo e quanto altro non ricordo, ad escludere l'immagine di una meravigliosa creatura che presunsi essere la mamma ma che ben presto appurai essere Kim…
     Un pezzo di muro ed un pezzo di soffitto: a me non sarebbe mai stato possibile immaginare e scrivere un libro dal titolo: “Viaggio attorno ad una stanza”.
     Forse riguardo al letto… chissà (nel senso di dormire e sognare, è chiaro).

     Siete mai stati in una nursery di ospedale? C'è un chiasso incredibile con tutte quelle bocche spalancate a fare “uhè, uhè” e quelle infermiere che ciabattano continuamente. Che pizza; con tanto chiasso è difficile concentrarsi, tentar di mettere ordine nei propri pensieri. Mi trovavo così bene nella pancia della mamma!
A dire il vero anche li avevo un caldo boia ma almeno mi era possibile, sia pure con fatica, muovermi un po'. Ricordo con immensa gioia la scoperta del pollice: mamma mia, che ciucciate! Mi divertii pure con il “pollice” del piede: sapori forti, da uomo vero.
     Non potevo parlare, allora, ma ascoltare si.
     Quante parole mi rivolse la mamma in quei mesi di forzata clausura (per me, ovviamente, che lei di spazio ne aveva).   “Passerottino, Passerottino mio bello, come stai?... O sei Passerottina bella?...” e così via, con una infinità di ridicoli vezzeggiativi ora al maschile ed ora al femminile. Che rabbia sentirmi appellare “Ciccina”! Almeno si fossero sbrigati quelli dell'ecografia!
     Della mamma conoscevo quasi tutto; i sogni, le preoccupazioni, le gioie, le letture. Era del papà che invece nulla conoscevo. Una volta la sua mano quasi mi soffocò schiacciandomi ancor più contro la schiena della mamma. Tentai di morderlo. “Lo sento, lo sento!!!”, udii urlare da una voce calda e profonda: “E' un maschietto!”.
Bravo te, certo che sono un maschietto! “Se è un maschietto lo chiameremo Ernesto come mio papà. E poi Piero come il padrino, e Felice, come il tuo papà!…”.
     Misericordia! Ernesto Piero Felice!… Quasi mi girava la testa davanti a tanta abbondanza. Ma poi sorrisi: in fondo ciò mi parve pure giusto per uno che in tutta evidenza sarebbe presto diventato “Ungenio”…
     Fasciato, impacchettato stretto stretto come il primo regalino che si porge alla bambina del cuore. Avete presente? Una scatoletta dentro l'altra e ben legate per rendere il tutto difficile da raggiungere, e misterioso quel tanto da impreziosirne la banalità. Nel caso in questione nessuna banalità (nel pacchetto v'ero io, figuratevi!…); solo tanto caldo ed una impazienza che cresceva di minuto in minuto.
      Perché mai mi trovavo in quella situazione? Si fa presto a dire l'amore… Balle! Sarei diventato grande anch'io e di quella parola mi sarei riempito la bocca avendone in ritorno, da altri, le orecchie frastornate e la testa inciucchita. Via, siamo seri. Quale è, nella realtà, il suo vero significato? Sesso? Paura del buio, del vuoto, della solitudine?
Desiderio di tenerezza oppure più semplicemente il piacere sottile della caccia, della preda finalmente azzannata e fatta nostra? L’uomo è animale competitivo, sempre alla ricerca di nuove sfide, nuovi traguardi e nuove emozioni.   E’ forse in questo la spinta interna che lo porta eternamente a desiderare l'erba verde del vicino, a ricercare sotto sotto un amore che si presume più vero e più grande di quello già posseduto? E’ questione di campi magnetici, di bioritmi o forse di banali fattori chimico-biologici-genetici?
     Non so. Forse una volta… Forse i miei...
     Ero un frutto dell'amore? Il cuore ovviamente dice si, di certo però ora ero stufo di restare li, fasciato strettamente, impossibilitato a muovermi, ad infilare un indice in quella narice che tanto prudeva. Ero li, spalla a spalla con un mare di altre piccole creature frignanti ed altrettanto strettamente fasciate.
Ancora non avevo capito.
     La mia vita, malgrado lo spirito ribelle e l'infinito desiderio di libertà, avrebbe continuato a scorrere così: fasciato forte e con nelle orecchie urla di donna!!!…
 
                                                                                                                    Ernesto Ceraulo "Somadaj"